Programmi

CARNERA - IL CAMPIONE PIÙ GRANDE

Mediaset
presenta una coproduzione
RTI - Martinelli Film Company Int.
in associazione con
Giuseppe Marra Communications S.p.A.

Consulenza Casting
Luca Confortini Studio Koyaanisquatsi

Fotografia
Saverio Guarna

Scenografia
Rossella Guarna

Costumi 
Silvia Nebiolo, Massimo Cantini Parrini

Fonico in Presa Diretta
Marius Constantin

Sound Design
Paolo Amici (Studio 16)

Organizzatore Post Produzione
Franco Casellato

Fonico di Mixage 
Angelo Raguseo (A.I.F.M.)

Effetti Visivi Digitali
Edi - Effetti Digitali Italiani

Musiche di 
Pivio & Aldo De Scalzi

Montaggio
Osvaldo Bargero (A.M.C.)

Soggetto
Renzo Martinelli

Sceneggiatura
Renzo Martinelli, Giuseppe Marra

Collaborazione alla sceneggiatura
Alessandro Gassman

Consulente
Giovanna Carnera per Fondazione Carnera

Consulente Storico
Giuliana V. Fantuz

Organizzatore Generale
Riccardo Pintus

Produttori Esecutivi
Renzo Martinelli, Giuseppe Marra

Delegato alla Produzione RTI
Tina Pellegrino

Story Editor RTI
Elena Sansonetti

Produttore RTI
Alfonso Cometti

Un film prodotto e diretto da
Renzo Martinelli

Interpreti
Andrea Iaia
, Anna Valle, Paolo Seganti, Burt Young, Paul Sorvino, F. Murray Abraham, Kasia Smutniak, Eleonora Martinelli, Antonio Cupo, Stefano Meglio, Bruno Bilotta, Nino Benvenuti, Joe Capalbo, Carlo Di Blasi, Lucrezia Maier, Florin Busuioc, Alexandru Pavel, Paolo Ginocchio, Nicolae Urs, Adriana Schiopu, Razvan Oprea, Vlad Radescu, Aura Clarasu, Mihai Dinvale, Ilie Petrica, Fiorenti Emanoil, Rusu Mihnea, Ludovica Tancredi Martinelli, Benedetta Lazzari.

Miniserie TV in due puntate da 100' - Canale 5 - Prima Serata
In onda lunedì 15 e martedì 16 dicembre 2008


"Ho preso tanti pugni nella mia vita.
Veramente tanti... Ma lo rifarei.
Perché tutti i pugni che ho preso
sono serviti a far studiare i miei figli..."
(Primo Carnera)


CARNERA - IL CAMPIONE PIÙ GRANDE
Anni 30.
Un gigante di oltre due metri di statura diventa una delle più sorprendenti leggende della storia dello sport.  Il suo nome è Primo Carnera, ma tutto il mondo lo conosce come "La Montagna che cammina".
Nato a Sequals, un piccolo paese del Friuli, nel 1906, Carnera emigra giovanissimo in Francia, a Le Mans, per poter sopravvivere alla miseria che opprime l'Italia di quegli anni. Qui viene notato dal proprietario di un circo, Paul Ledudal (Paul Sorvino) che lo convince a trasformarsi in "Juan Lo Spagnolo, il terrore di Guadalajara" e ad esibirsi come attrazione. Nel corso delle sue peregrinazioni, il circo di Ledudal arriva ad Arcachon, un paese nel sud della Francia.
Qui vive l'ex campione francese dei pesi massimi, Paul Journée. È lui a notare il gigante e a segnalarlo al più famoso manager di boxe di quei tempi: Léon Sée (F. Murray Abraham). Sotto la guida esperta e spregiudicata di Sée, Carnera realizza un sogno ritenuto impossibile: nel 1933, al Madison Square Garden di New York, la "Montagna che cammina" sconfigge Jack Sharkey e conquista il titolo mondiale dei pesi massimi.
La storia che noi raccontiamo è la storia di un gigante che credeva fortemente in alcuni valori: la sacralità della famiglia, l'attaccamento alla propria terra e alle proprie radici, la capacità di sacrificare se stessi perché i propri figli possano avere un avvenire migliore, la forza di volontà nell'inseguire un sogno ritenuto impossibile, la consapevolezza che una sconfitta è tale solo se si rimane a terra. Non è sconfitta quando ci si rialza e si riprende a combattere.
Il film sulla "Montagna che Cammina" rappresenta la più gigantesca operazione di post-produzione mai effettuata in Europa: 1500 inquadrature digitali e 20 mesi di lavoro al computer per ricostruire le grandi arene del passato: la Wagram Hall di Parigi, la Royal Albert Hall di Londra, il Madison Square Garden e il Garden Bowl di New York, cui si aggiunge un complesso lavoro di "crowd replication" (moltiplicazione di folla) mai effettuato prima in Italia, che ha consentito la creazione di folle composte da migliaia di persone.



INTERVISTA A RENZO MARTINELLI
(a cura di Francesco Ruggeri)

Il tuo cinema fa rima con sfida. Dopo quella vinta con "Il mercante di pietre", cos'è successo?
Sì, il 'challenge' è iscritto nel mio dna. Non posso fare a meno di pormi obiettivi sempre nuovi e stimolanti. Al momento dell'uscita del film in sala stavo già lavorando ad un progetto mastodontico su un avvenimento storico fondamentale per capire il mondo arabo e il suo rapporto con l'Occidente. Mi riferisco alla battaglia di Vienna del 1683 in cui l'esercito arabo, nel tentativo di conquistare Vienna, venne decimato da quello cristiano. Il titolo sarebbe stato e sarà "September Eleven". Poi le cose sono cambiate...

E Carnera ha bussato alle porte del tuo cinema...
Esatto. In realtà era da tempo che avrei voluto dedicare un film a questa straordinaria figura d'uomo e di pugile. A quel punto ho accantonato momentaneamente il progetto di "September Eleven" per concentrarmi esclusivamente su quel vecchio sogno.

Che non corrisponde poi soltanto alla storia di un pugile punto e basta...
No, affatto. La molla che mi ha spinto a mettermi sulle tracce di Carnera è stata quella di narrare la storia esemplare di un uomo che non si è mai tirato indietro di fronte a nulla. Un uomo cresciuto in condizioni difficili, ma forte di un coraggio e di una caparbietà fenomenali.

Un uomo che, come recita la didascalia che apre il film, ha ammesso di aver preso tanti pugni per garantire ai figli un avvenire sicuro?
Carnera era esattamente questo. Una persona attaccata ai valori, un tenerissimo padre di famiglia e  un marito affettuoso. Boxava per vivere, per mantenere la famiglia. E per far sì che i figli non crescessero tra le privazioni che aveva vissuto lui. Insomma, un vero uomo.

Di quelli che il tuo cinema in fondo ha sempre raccontato...
Il mio cinema nasce da un'esigenza etica, morale. Quella di riflettere su certi temi, riaprendo anche questioni delicate e offrendo al contempo ai giovani modelli precisi di comportamento. Ecco, davanti al progetto di raccontare Carnera, ho pensato soprattutto ai ragazzi di oggi. Avevo voglia di raccontare loro cosa significhi reagire ai colpi della vita e mantenere sempre una dirittura precisa.

Come ha reagito la famiglia di Carnera alla notizia del film?
I suoi due figli, Umberto e Giovanna, sono stati entusiasti. Anche perché l'illustre precedente cinematografico legato in qualche modo al padre fu "Il colosso d'argilla" in cui Carnera non ne usciva fuori un granchè bene. All'uscita del film fece infatti causa alla Columbia, sicuro del fatto che il pugile protagonista del racconto (colluso tra le altre cose con la mafia) fosse ispirato a lui. Insomma, ho avvertito il bisogno di raccontarla giusta una volta per tutte. Riabilitando un uomo che forse aveva il torto di fidarsi troppo degli altri. Tanto da essere imbrogliato per ben due volte consecutive dai suoi manager. Ma, di certo, nulla a che vedere con mafia o cose simili.

Come hai trovato l'interprete giusto?
E' stata una vera impresa. Le mie richieste erano precise e forse impossibili: volevo un gigante alto più di due metri che parlasse bene inglese e che sapesse boxare almeno un po'. La ricerca è andata avanti per diverso tempo, fin quando non ho perso ogni speranza. Il mio Carnera non l'avevo ancora trovato e il tempo stringeva più che mai. A quel punto le riprese hanno cominciato a subire un bel po'di ritardo. Un giorno poi mi si presenta Andrea Iaia che aveva saputo dal giornale del casting ancora in corso. Appena l'ho visto, mi è scoccata la scintilla. Nino Benvenuti (mio consulente sul set), dopo averlo provinato, mi ha detto: "Vai ad accendere un lume alla Madonna di Loreto: è lui!" A quel punto il più era fatto. Anche perché tutto il resto del cast era già formato.

Con l'eccezione di Alessandro Gassman...
Purtroppo sì. Alessandro, affezionatosi subito al progetto sulla vita del pugile più amato da suo padre Vittorio, mi chiese subito di collaborare alla sceneggiatura. Sono stato felice della proposta e ci siamo messi a lavorare insieme al testo. La mia intenzione era poi quella di affidargli la parte di Eudeline, ma lo slittamento delle riprese è andato a coincidere con impegni che aveva precedentemente preso col teatro. Così la parte è andata al bravo Paolo Seganti.

Arriviamo così al film. Che inizia con l'infanzia del campione...
Sì, l'arco narrativo preso in esame parte dal Carnera bambino e dalle condizioni di ristrettezza economica in cui ha versato durante l'infanzia. Tutto questo per far risaltare al meglio i successivi cambiamenti che affrontò rimanendo però sempre lo stesso. Ho scelto di concentrarmi particolarmente su questa fase, raccontando come un uomo normale diventò nel giro di poco tempo un vero e proprio mito. La scelta di chiudere il film sul suo ritorno in Italia ha un significato preciso. L'ultimo match che si vede nel film infatti è quello a dir poco epico in cui Carnera si batte contro Bauer. Un combattimento che ha fatto storia perché Carnera, pur andando a tappeto ben dieci volte, ha finito il match in piedi. Ecco, volevo che quest'ultimo incontro fosse una sintesi potente del coraggio infinito di quest'uomo.

Rispetto ai tuoi film precedenti, lo stile trasuda classicismo e massima sobrietà. Uno stacco netto rispetto alle arditezze sperimentali di film come "Piazza delle cinque lune". Perché questo cambiamento?
In film come "Piazza delle cinque lune" e "Vajont" l'esigenza era quella di esprimere un certo disagio, un'irrequietezza latente. Ho quindi adoperato un linguaggio filmico ricco di inquadrature oblique, spesso non in asse rispetto ai personaggi. Per "Carnera" è cambiato tutto. Ho avvertito il desiderio di rifarmi in un certo senso al cinema americano degli anni Trenta. Un cinema classico per l'appunto, lineare, con la macchina da presa 'in bolla', perfettamente allineata ai personaggi.

Eppure non hai rinunciato ai vezzi tipici di tutto il tuo cinema. Espedienti formali che fanno di te uno dei registi italiani più 'avanti' in senso tecnico. Uno sperimentatore?
Una delle sequenze che mi sono divertito di più a progettare è stata quella del matrimonio di Carnera. Ho utilizzato il filmino autentico delle nozze per poi sostituire il vero Carnera e consorte con Andrea Iaia e Anna Valle. Un'operazione tecnica precisa che mira a restituire allo spettatore un forte senso di autenticità. Lo stesso procedimento l'ho usato manipolando il filmato d'epoca in cui Carnera riceve una targa dalle mani di Mussolini. Insomma, ho cercato di sottolineare al meglio la potenza del racconto, unendola ad un'attenzione precisa alla forma.
D'altronde non è una novità per me. La 'questione tecnica' mi ha sempre appassionato, sin dai miei esordi.

Anche in questo nel panorama del cinema italiano odierno sei una mosca bianca...
Molti miei colleghi snobbano tutto ciò che abbia a che vedere con gli aspetti più tecnici della regia. Io invece, seguendo la tradizione di grandi artisti come Rembrandt e Vermeer che andavano espressamente alla ricerca della materia prima su cui poi avrebbero lavorato, voglio seguire la mia produzione in ogni suo aspetto.
Qualche anno fa mi sono fatto costruire a Los Angeles quattro diverse macchine da presa che conservo gelosamente e che in Europa ho soltanto io. E' per questo che sui miei set non ho mai delegato il direttore della fotografia per scegliere gli obiettivi o i filtri. Non so fare altrimenti. Correrei il rischio di non sentirlo più mio il film...

Un film di boxe nel cinema italiano è cosa anomala. Come ti sei posto nei confronti del genere?
Non ho esperienza diretta di combattimenti, non sono mai salito su un ring, quindi, prima ancora di iniziare le riprese, ho deciso di farmi affiancare da due che la sanno molto lunga in merito: il grande Nino Benvenuti e Alessandro Spinelli, campione italiano di kickboxing. Sono stati i miei numi tutelari sul set. A quel punto ho avuto la possibilità di realizzare in pieno il mio scopo. Quello di girare incontri di boxe assolutamente realistici, ricalcati al millesimo sugli originali che videro protagonista Carnera.

Vuoi dire che ogni match che si vede nel film è ripreso pari passo dall'originale?
Assolutamente sì. Benvenuti e Spinelli sono stati vicini a Iaia, mostrandogli mosse e disposizione del corpo sul ring. Io invece, con l'ausilio di ben tre macchine da presa e i filmati originali davanti, ho riprodotto senza nessuna omissione o aggiunta tutti i movimenti dei pugili originali. Nulla di inventato quindi. Spero che questo scrupolo filologico venga apprezzato dagli amanti del pugilato.

A proposito del cast: ormai possiamo definire F. Murray Abraham come il tuo attore feticcio per eccellenza...
Murray, oltre ad essere un grandissimo professionista, è anche un mio caro amico. Quando gli propongo una parte in un film, non legge nemmeno più la sceneggiatura. Si limita a chiedermi quando e dove. Il cast di "Carnera" è comunque molto ricco. Si pensi fra gli altri a Paul Sorvino e a Burt Young. Quest'ultimo mi ha fatto una gran tenerezza. E'un po'affaticato dagli anni, ma sul set riesce comunque sempre a trovare la grinta di un tempo. Sta al regista coccolarlo e dargli sicurezza.

E non finisce qui. Perché fra i tanti nomi che compongono il cast ce n'è uno particolare...
Sì, è vero, si tratta di Giovanna, la figlia di Carnera. Le ho chiesto se le andasse di interpretare la maestra di Carnera. E lei, emozionatissima, mi ha dato il suo ok. Ora aspetto con una certa trepidazione il momento in cui si rivedrà sul grande schermo.

Che tipo di reazioni stai raccogliendo in giro?
L'attesa è grande, anche perché ancora mancava un film che raccontasse la vera storia di questo pugile straordinario. La prima mondiale si terrà al Madison Square Garden di New York, proprio dove Carnera vinse il titolo mondiale dei pesi massimi. Sarà un grande evento a cui parteciperanno personaggi del calibro di Mike Tyson...

 


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