02 marzo 2016

"Bosch", le recensioni italiane

"A scelta, si alza il sopracciglio per l’impianto vintage. Qui si preferisce invece togliersi il cappello di fronte all’ennesima prova maiuscola della fiction Usa per generi, quella che appaga spesso alla grande il pubblico di riferimento. E siamo a Bosch - su Premium Crime il mercoledì in prima serata - ovvero la prima volta dell’eroe detective creato su carta da Michael Connelly: nel genere, appunto, un gigante. Che si chiama Bosch in omaggio al pittore e ha le fattezze di Titus Welliver, presenza memorabile nel finale di Lost: e qui perfetto per il detective di L.A. con carico di brutte storie passate, reduce di guerre, adattissimo per sembrare di un altro pianeta nel nostro paese televisivo che dagli investigatori vuole evidentemente altro - la tonaca o la terrazza sulla spiaggia. Bosch, con lo stesso Connelly in sceneggiatura, è da trent’anni un classico in libreria, diventarlo anche in tv sembra questione di un attimo". (Antonio Dipollina, "La Repubblica")
 
"Riflettei a lungo su come chiamare il mio detective. Il nome era importante perché era come una finestra aperta sulla sua anima. Non solo, ma doveva indicare chiaramente che era un portatore di luce in un mondo di tenebre. A un tratto tornai con la memoria agli anni del college e alla classe dove avevo visto proiettate sullo schermo quelle immagini di caos e di sventura. Dopo tutto, che cos’è una scena del crimine se non la raffigurazione immobile di una violenza ormai passata, la conseguenza di un mondo impazzito, dove, nella battaglia tra il bene e il male ha vinto il male? Ci vuole un uomo buono e giusto per capire il male. Ci vuole un uomo coraggioso per sfidare gli abissi e portare la luce nell’oscurità. A quel punto capii come si sarebbe chiamato il mio detective. Si sarebbe chiamato Hieronymus Bosch". (Michael Connelly, traduzione di Mariagiulia Castagnone, "Corriere della Sera La Lettura")

"C'è questa tendenza, sempre più travolgente, di raccontare la realtà anzichè accontentarsi del realismo. Che è una gran cosa, intendiamoci. Ma che spesso, purtroppo, finisce per appesantire il racconto e trascinare lo spettatore - stiamo parlando di serie tv, adesso - in un turbinio senza fine, in cui certe inquadrature passano per banalissimi esercizi di stile (e non lo sono) e gli attori si limitano a essere qualcun altro (pare poco, ma non è) senza aggiungere niente. Bosch non è così. Bosch attinge ai romanzi di Michael Connelly (precisamente tre, ovvero: La bionda di cemento, La città delle ossa e Il cerchio del lupo) e fa della solidità narrativa il proprio punto di forza (altro dato interessante a tal proposito è la crescente ispirazione che cinema e televisione stanno prendendo dai romanzi, ultimo, forse ultimissimo bacino di idee nuove e di più o meno sicuro successo). [...] Prodotta da Amazon (e interessante anche per questo), questa serie tv riesce a incasellare ogni passaggio, a costruire ogni battuta e dialogo, e a catturare lo spettatore con il trucco più semplice: quello della costruzione incentrata sulle indagini. Va in onda su Premium Crime ore 21.15, ogni mercoledì...". (Gianmaria Tammaro, "La stampa")

"«Muestrame tu manos!», grida il detective al sospettato, tal Roberto Flores accusato di massacrare serialmente prostitute ispaniche. Tuona nella none tombale, sotto la pioggia acida di LA.; e Flores, le mani, le agita troppo, e il detective equivoca, e lo fa secco. Seguono entrata da parte dello sparatore nel tunnel del rimorso e in quello -più disperante- di un processo per omicidio colposo davanti alla Corte Federale. E segue una trama fana di dolore e macabri assassinii. C'è qualcosa del più limpido hard boiled chandleriano, oltre a qualche sbuffo di Ellroy (il passato da orfano di madre squillo uccisa in circostanze misteriose, come in Dalia nera) nelle vicende di Bosch -Mediaset Premium Crime, mercoledì, prime time- il telefilm che il bestsellerista noir Micheal Connelly ha curato come come sceneggiatore e produttore: un coniglio dal cilindro di Amazon. Hieronymus «Harry» Bosch, è un antieroe ispido e tormentato, dai modi spicci. Una versione meno eroica di John Wayne quando faceva i film del tenente Parker. Ex combattente delle forze speciali nella guerra del Golfo, Bosch non ha idea di quanti uomini abbia ucciso in guerra ma comunque solo cinque da quando fa lo sbirro (ognuno ha le sue abitudini...); festeggia, seppur con mestizia, nei pub i « ICilI Par-ty», le azioni di polizia dove ci scappa il morto; odia gli sciacalli, cioè i colleghi degli «Affari interni» i quali, in virtà del suo ribellismo, tentano di cancellarlo dall'albo; al distretto è amato e detestato in egual misura dai poliziotti, compreso il solito capitano nero che è una costante di quota afroamericana che esiste nella fiction sin dai tempi di Starsky e Hutch. In più Bosch parla a dittonghi che sono fucilate (molto coinvolgente la parte processuale in cui è interrogato da un'awocatessa che si trattiene dal prendere a sberle). In più staccherebbe volentieri la testa ai giornalisti che si intrufolano sulla scena del crimine mentre lui, seppur sotto processo, dà la caccia ad un altro serial killer che tende a seppellire i ragazzini dopo avergli spezzato le ossa. «Molti pagherebbero per stare in panchina...», gli dice una collega che lo vede un po' stanchino. Ma Bosch, incasinato come i quadri del pittore da cui prende il nome, reagisce sorridendo come il vecchio Wayne. Gli elementi narrativi sono seminati. Tocca aspettarne i frutti...". (Francesco Specchia, "Libero")

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