13 novembre 2013

"DRIVE IN" - IPSE DIXIT

Cosa hanno detto sullo storico programma Federico Fellini, Umberto Eco, Luciano Salce...

Federico Fellini, regista
(l'Unità, 23 febbraio 1986)
È l'unico programma per cui vale la pena di avere la tv.

Umberto Eco, semiologo
Faccia a faccia con Eugenio Scalfari (Duemila comunicazioni, supplemento de la Repubblica, 19 novembre 1986)
Pensa a una trasmissione come Drive In, al suo ritmo, alla quantità di cose che Drive In riesce a far vedere in due minuti e paragona due minuti di Drive In a due minuti della vecchia televisione. Un salto da fantascienza, no? Eppure a quanto pare la cosa non ha provocato traumi, noi siamo passati dal ritmo di valzer a quello di rock'n'roll senza perdere nessuna memoria.

Luciano Salce, regista
Salce: dieci con lode a Drive In (Epoca, 3 maggio 1985)
Drive In? Non posso che parlarne bene: anzi, benissimo. È un programma nuovo, moderno, frizzante, che rinnova notevolmente il settore dell'umorismo. Ma sì, perché l'umorismo ha sentieri spinosi e difficili, anche se molti non se ne rendono conto. È difficile fare umorismo e non scivolare nel cattivo gusto, nell'esagerazione, nella grossolanità, nella volgarità. Drive In, secondo me, riesce a mantenere integri i connotati dell'umorismo pulito e genuino. Svecchia il genere rivista e varietà, lo trasforma in una nuova maniera di fare spettacolo utilizzando la comicità del vissuto, del parlato dei giorni nostri. Il ritmo che riesce a mantenere è un miracolo della tecnica moderna: le gags, le battute, i personaggi scorrono via veloci e freschi. Niente ripetizioni, nessuno schema già visto e sentito. Caso mai, Drive In ha coniato nuovi modi di dire e di fare che la gente ormai utilizza largamente. [...]

Angelo Guglielmi, critico letterario ex direttore di Raitre
(Quinto Elemento, Canale 5, 9 settembre 2000)
Io, direttore di Raitre, guardavo molto, ammiravo e invidiavo Italia 1. Mi ricordo che una delle trasmissioni che più spesso seguivo e non me ne lasciavo sfuggire nemmeno una puntata, è Drive In. Noi lo guardavamo con ammirazione, cercando qualche volta di sceglierlo come modello.

Beniamino Placido, critico letterario e televisivo
(la Repubblica, 15 ottobre 1985)
Drive In di tutti gli spettacoli di varietà sulla scena è indubbiamente il più sperimentale ed anche il più spericolato: una sventagliata di battute, un fuoco di artificio di trovate.

Oreste Del Buono, scrittore
(Corriere della Sera, 23 febbraio 1988)
Drive In, la trasmissione di satira più libera che si sia vista e sentita per ora in televisione.

Giovanni Raboni, poeta e critico teatrale
Arbore giù Drive In su (Europeo, 1 giugno 1985)
Drive In è una specie di congegno ad orologeria a bassissimo rischio, uno spazio perfettamente programmato in cui anche gli effetti di improvvisazione sono frutto di una professionalità precisa e paziente. Nessuno fa sfoggio, come in 'casa Arbore', di souplesse e alto dilettantismo, nessuno finge di essere lì per caso, nessuno vuole impressionarci ostentando di non curarsi del fatto che lo stiamo guardando.

Maurizio Cucchi, poeta
(Italia Oggi, 2 novembre 1987)
Drive In, il quale dolcemente implacabile è tornato, spettacolo nuovo ormai antico, varietà e anti-varietà, ricco di mezzi voli autentici e di cadute quasi mai tragiche... tocca di qua, tocca di là, il cerchio e la botte, il vecchio e il nuovo, e via corrivo acutamente come al buon varietà si conviene. In più la vecchia virtù risaputa del ritmo serratissimo. E il gioco continua a funzionare.

Norma Rangeri, giornalista
Con Drive In un tuffo nell'attualità (il manifesto, 20 giugno 2003)
Certamente in quel programma degli anni 80 ritroviamo alcune matrici della televisione degli ultimi vent'anni. Il demenziale varietà rompeva i canoni della televisione dei balletti e degli ospiti inventando un supergenere che includeva tutti gli altri. Dalla fiction alla satira, dalle comiche di Benny Hill alla parodia di Star-Trek con la coppia Boldi-Teocoli, dalla sit-com sui parrucchini di Baudo ai monologhi di Gianfranco D'Angelo contro il Celentano animalista con pelliccia, al vero Pannella che irrompe in studio per polemizzare con un finto Spadolini. Stupisce piuttosto l'attualità dei temi toccati dalla satira che, a parte i nomi di personaggi scomparsi dalla scena, sembra riferirsi ai fatti di oggi. «È così importante sapere chi comanda in Italia in caso di guerra?», «Sì, Reagan deve sapere a chi impartire ordini». «Sulle guerre stellari il governo americano si divide in falchi e colombe, quello italiano invece è molto unito perché sono tutte pecore», «Gli americani manderanno aiuti agli afghani», «poveracci, hanno già tanti problemi con gli aiuti russi», «Si riapre il processo di piazza Fontana: si vede che l'ultima volta avevano dimenticato di assolvere qualcuno». Basterebbe cambiare qualche dettaglio per avere un copione fresco e adeguato a disegnare i guerrafondai e gli impuniti di oggi (ai testi collaboravano, tra gli altri, la Giallapa's, Ellekappa e Disegni). Le battute erano recitate dalle Ragazze Fast-Food, tutte tette e culi, per ridicolizzare le consolidate abitudini di una politica in giacca e cravatta, qui spogliata di ogni sacralità e affidata ai profani corpi delle maggiorate. Oggi le veline sono tornate mute.

Omar Calabrese, semiologo
Drive In ma perché mi dice ciò? (Epoca, 26 aprile 1985)
Uno spettacolo che non riunisce grandi stelle dello spettacolo, non presentatori da contratti da favola, non scenografie da mille e una notte, non registi megagalattici. E però piace. Drive In, programma di Italia 1, in onda la domenica sera, è il fenomeno televisivo più sorprendente degli ultimi anni. In un colpo ha catturato l'attenzione di un pubblico ipernutrito di «piatti» televisivi di tutti i gusti e la stima di studiosi e ricercatori dei nuovi media. Proprio gli stessi che, analizzando nuove forme d'intrattenimento tv, avevano concluso poco tempo fa che sul piccolo schermo italiano il varietà era praticamente scomparso inghiottito da quel generone chiamato con il pomposo nome di trasmissione-contenitore. Cominciamo subito col dire che la caratteristica principale di Drive In è proprio in questa sua capacità di mischiare l'antico (il genere) e il moderno. Dal punto di vista della rivisitazione del passato, la trasmissione sembrerebbe riproporre luoghi comuni ampiamente scontati. Ci sono le ballerine con grandi tette e posteriori prominenti, come nella più bella tradizione di Macario e Wanda Osiris (e sulla mistica del culo il programma ironizza presentando una Lory Del Santo ammiccante sulle sue nascoste qualità). Ci sono i comici, inoltre. E la loro massiccia presenza costituisce quasi una antologia dell'avanspettacolo con tutti i diversi sottogeneri: il monologo serrato del comico barzellettista; il dialogo a due della serie «vieni avanti cretino»; il comico di gruppo su base musicale; la scenetta teatralizzata; la parodia in dialetto. C'è un po' di balletto con tanto di soubrette. C'è il sottofondo di risate come nella soap opera americana. C'è il linguaggio da cabaret, fatto da imitazioni e insensatezze, di parodie e citazioni colte, di provocazioni e ammiccamenti. Su questa base assai riconoscibile, si opera un primo gruppo di innovazioni di stile, una cospicua serie di varianti. In primo luogo nelle proposizioni fra i sottogeneri di quel fritto misto che (lo dice il termine stesso) è da sempre il varietà. Drive In, per esempio, elimina quasi totalmente le canzoni e riduce sensibilmente il balletto a puro intermezzo fra i vari numeri. In compenso esalta la recitazione dei comici, e ne propone una quantità inusitata per la forma televisiva del varietà, dove di solito ha invece la funzione di riempimento fra «numeri» più forti. Inoltre, per qualità di testi e per la stessa presenza fisica dei personaggi, i comici prescelti fanno tutti parte di quella generazione degli anni Settanta-Ottanta che qualcuno ha voluto battezzare «i nuovi comici». [...
Un'analisi accurata mostrerebbe come gli sketch di Drive In siano una vera e propria antologia, o addirittura un manuale, di tecniche del comico. [...]
Qualche nota finale la meritano le innovazioni sul piano più specifico. Drive In, in effetti, costituisce un tipo di trasmissione in questo senso anomala rispetto al genere. Rinuncia quasi totalmente alla figura del conduttore. Non ci sono presentazioni dei «numeri», ma questi si susseguono intervallati dal medesimo tema di balletto. Altra evidente novità è poi la velocità e il ritmo di esecuzione delle battute e degli sketch. Gli attori parlano tutti con una frequenza frenetica di parole. Gli sketch durano abbastanza poco e si susseguono a ritmo serrato. I monologhi, grazie a tutto ciò, hanno la possibilità di rendere gradevoli in modo immediato anche gli aspetti più cabarettistici e dunque meno «popolari» del comico, come quando i testi operano connessioni di concetti e di idee ai limiti dell'assurdo. O come quando si presentano come connessioni improprie delle vere destrutturazioni dei testi, quasi come nelle pratiche (serie questa volta) dei critici letterari americani chiamati «decostruttivi». [...]

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