02 novembre 2019

"L'uomo del labirinto": Iris intervista Toni Servillo

Anna Praderio ha intervistato per "Note di Cinema", in onda su Iris, Toni Servillo, protagonista dell'ultimo film di Donato Carrisi "L'uomo del labirinto", nelle sale dal 30 ottobre.

LA TRAMA
 

Samantha Andretti è stata rapita una mattina d’inverno mentre andava ascuola. Quindici anni dopo, si risveglia in una stanza d’ospedale senza ricordare dove è stata né cosa le è accaduto in tutto quel tempo. Accanto a lei c’è un «profiler», il dottor Green: sostiene che l’aiuterà a recuperare la memoria e che insieme cattureranno il mostro. Ma l’avverte che la caccia non avverrà là fuori, nel mondo reale. Bensì nella sua mente.

«Questo è un gioco, vero?» ripete, dubbiosa, la ragazza.
Bruno Genko è un investigatore privato. Quindici anni prima è stato ingaggiato dai genitori di Samantha per ritrovare la figlia. Adesso che la ragazza è riapparsa, sente di avere un debito con lei e proverà a catturare l’uomo senza volto che l’ha rapita. Ma quella di Genko è anche una lotta contro il tempo. Perché un medico gli ha detto che gli restano due mesi di vita. E, per uno scherzo del destino, quei due mesi sono scaduti proprio nel giorno in cui Samantha è tornata indietro dal buio.
Chi giungerà prima alla verità: l’investigatore o il profiler?... Ma siamo sicuri che, alla fine di tutto, ci sia un’unica verità?
Perché questa non è un’indagine come le altre… Qualcuno ha un segreto, qualcuno sta mentendo. E da qualche parte, là fuori, c’è un labirinto pieno di porte. E dietro ognuna si nasconde un enigma, un inganno.

In questo gioco nella mente dello spettatore, il labirinto di cui sei prigioniero è già dentro di te.

NOTE DI REGIA

Sin dai tempi di Agatha Christie, l’autore di un thriller ingaggia una sfida con il lettore: sarà in grado di celare fino all’ultima pagina il colpo di scena che risolve il mistero? Egli, però, dovrà fornire al lettore tutti gli elementi per giungere da solo alla soluzione, anche prima del tempo. Potrà usare inganni o sotterfugi, ma la verità dovrà essere sempre davanti agli occhi di chi legge –opportunamente occultata, si intende.

Il mio scopo è sempre stato scrivere romanzi che sembrano dei film e i fare dei film che assomigliano a un romanzo. Con i miei libri cerco di evocare immagini nella mente del lettore, così i miei film non devono esaurirsi in ciò che è visibile sullo schermo. Io credo nel potere evocativo del racconto. Per esempio, ne «La Ragazza nella Nebbia» molti spettatori hanno successivamente citato la scena di un omicidio che, in realtà, nel film non c’era ed era solo descritta da uno dei protagonisti. Eppure quelli erano assolutamente convinti di averla vista! Ho fatto tesoro di quell’esperienza e ne «L’uomo del Labirinto» l’invisibile è importante almeno quanto ciò che si vede. Questa dimensione del racconto è fatta di linguaggi subliminali e di trappole per l’inconscio. Il pubblico non sarà semplicemente “spettatore”: verrà coinvolto, compromesso e, a volte, sarà anche complice.
L’investigatore privato Bruno Genko (Toni Servillo) è un uomo che sta per morire: i medici gli hanno dato due mesi di vita e, quando inizio a raccontarlo, il conto alla rovescia è appena scaduto… ma lui non è morto. «Ieri sera aspettavo la mezzanotte, come Cenerentola... E non è successo niente…» afferma, ridendo di se stesso.

Ho voluto che tutta la storia si svolgesse come una sfida fra due protagonisti: l’investigatore privato e il profiler. L’uno è la nemesi perfetta dell’altro. Una caccia all’uomo – al colpevole, al malvagio – condotta con due metodi diversi. Quella di Genko avviene nel mondo reale, sporcandosi le mani e rischiando in prima persona… Anche se uno che sta per morire non ha nulla da perdere. Quella del dottor Green è cerebrale, sottile ma anche spietata perché il profiler non risparmierà alcun mezzo, anche il più scorretto, pur di penetrare nella mente della vittima: perché è lì che si nasconde il mostro, la preda agognata da ogni cacciatore.

Per realizzare questa messinscena avevo bisogno di Toni Servillo e Dustin Hoffman. A Toni ho chiesto di modificare voce, postura, energia del personaggio man mano che si avvicinava la fine di Genko e questi si addentrava nel proprio inferno. Insieme abbiamo costruito gli incontri del protagonista con i vari demoni: perché solo chi è in fin di vita riesce a vedere e a sentire cose che agli altri sono precluse.
A Dustin ho domandato di essere gentile, compassionevole ma anche ambiguo. Non volevo il solito profiler, uno di quei moderni investigatori che si vedono nelle serie o nei film o che si trovano nei libri: tecnicamente abilissimi a decifrare gli indizi, quasi come supereroi pronti a salvare il mondo. Invece avevo bisogno di un vecchio saggio, dotato di una lunga esperienza, capace di cogliere non le prove ma i segni del male. Un maestro severo che insegna alla vittima a sconfiggere da sola il proprio carnefice. Anche se questo comporta un percorso duro e doloroso.
I due attori, come i rispettivi protagonisti, s’incontreranno due sole volte nella storia. Il primo è un incontro quasi subliminale, il secondo è la soluzione di tutto ma segna anche l’inizio di un nuovo mistero: quello che il pubblico dovrà portarsi a casa. Il loro dialogo, apparentemente futile, è la sintesi estrema del racconto.

Ho voluto fare un noir che fosse coloratissimo e pieno di musica.
Volevo uscire dall’atmosfera gelida dei thriller degli ultimi anni, che si accompagna spesso a una musica cupa, di solito elettronica.
L’ispirazione me l’ha data Hitchcock. Un giorno mi sono imbattuto per caso nelle foto di scena di Psycho. A dispetto di ciò che si vede sullo schermo, il maestro della suspense aveva voluto set e costumi esageratamente colorati (i maligni raccontano che il regista alla fine abbia optato per un film in bianco e nero perché, avendo finanziato personalmente una pellicola in cui nessuno credeva, non aveva potuto “permettersi” il Tecnicolor…). 

Donato Carrisi

L'INTERVISTA

 

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