20 novembre 2017

"La Repubblica" perde una causa contro Mediaset e pubblica un articolo del suo avvocato in incognito

In merito all’articolo pubblicato oggi da “La Repubblica” a pagina 25, Mediaset precisa quanto segue. 
 
Il titolo è politico, “Se il diritto d’autore diventa strumento di censura”, e l’impaginazione è nobile, la sezione ‘Commenti & Idee’ del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ma i lettori non possono sapere che la firma del pezzo appartiene a un avvocato difensore di Repubblica, Guido Scorza. Un legale che ha sentito il bisogno di usare le colonne del giornale suo cliente per esprimere la propria frustrazione professionale per aver perso una causa importante contro Mediaset sia in primo che in secondo grado. 
 
La causa persa è esattamente quella che l’avvocato descrive - pur senza qualificarsi - in un articolo ovviamente a senso unico. Leggendolo, in effetti, parrebbe che le norme del diritto di autore siano state abilmente manipolate per impedire l’accesso a uno specifico video del 2011 riguardante Silvio Berlusconi. 
 
Naturalmente le cose non stanno così. La causa avviata da Mediaset riguarda lo sfruttamento pubblicitario (parassitario e abusivo) da parte del sito Repubblica.it non di un singolo contenuto ma di oltre cento filmati (124) prodotti e distribuiti dalle reti Mediaset. Nessuno dei video in questione - hanno stabilito i giudici in due gradi di giudizio esaminando ogni singolo contenuto oggetto di causa - costituiva legittimo esercizio del diritto di cronaca o perché proveniente da programmi di puro intrattenimento (come “Amici”, “Zelig” e “Grande Fratello”) o perché (come nel caso citato nell’articolo) mancante di attualità, essendo stato riprodotto sul web molti anni dopo la prima pubblicazione sulle reti Mediaset. 
 
La causa nasce per l’illecito struttamento commerciale di quei 124 contenuti, altro dettaglio che l’articolo dell’avvocato Scorza dimentica. Si legge infatti nella sentenza che il Gruppo Editoriale L’Espresso ha «espressamente ammesso di aver incassato una somma di poco superiore a 17.000,00 euro dalla vendita di spazi pubblicitari “agganciati” ai video in parola». 
 
Insomma, un furtarello digitale. Che Mediaset ha denunciato e che la magistratura ha condannato in Primo grado e confermato in Appello. Che ora l’avvocato soccombente lo faccia diventare oggetto di allarme democratico su un giornale serio e importante forse è un po’ eccessivo. 

ULTIMI COMUNICATI STAMPA

i nostri tweet