01 dicembre 2015

"Blindspot" e "Deadbeat"

"Una donna, nuda, vestita solo di tatuaggi, esce da una borsa abbandonata a Times Square. Si scoprono subito due cose su di lei. La prima è stata drogata, ecco perché non ricorda nulla. La seconda: è un'agente super addestrata, anche se nessuno sa chi sia. Anche i tatuaggi rivelano subito due indizi. Il primo non è difficile da decifrare: c'è il nome di Kurt Weller, l'agente dell'Fbi che è stato incaricato del caso. Per gli altri è un po' più complicato, anche perché se no il giallo si esaurirebbe dopo una puntata: ogni singolo disegno è una traccia che porta a un crimine irrisolto. Perché il corpo della protagonista è una mappa, un rebus, un punto cieco, ovvero un Blindspot, come il titolo della serie tv che si muove sul filo già percorso da The Bourne Identity (l'agente smemorato) e Memento (l'uomo che si appunta sulla pelle i suoi ricordi). La donna tatuata è interpretata dalla sienne Jaimie Alexander, l'eroe maschile invece dal 38enne Sullivan Stapleton. In America è già un successo: con 10.061.000 spettatori è la serie più vista da inizio stagione (al secondo posto Limitless che nasce come sequel del film con Bradley Cooper, al terzo Life in Pieces, la sitcom con cast corale che mette a confronto tre generazioni di una famiglia). Ora Blindspot arriva anche da noi: sarà trasmessa da Italia 1 a marzo 2016 in prima serata. Greg Berlanti, che firma la serie, è uno degli uomini d'oro del piccolo schermo americano, soprattutto nel ramo superoi dopo aver portato al successo Arrow, Flash e Supergirl. «Un buon thriller se è davvero buono, è veramente universale - così Berlanti ha spiegato perché Blindspot può diventare un successo internazionale -. I tatuaggi alla luce di quanto succede quando vengono riesaminati assumono un altro significato, rivelano una nuova traccia. E una strada fatta di curve e tornanti. Nello staff dello show lavora anche una persona che crea puzzle per il New York Times». Tra i livelli d narrazione c'è anche il rapporto tra Miss Ta-too e Mister Fbi: «La loro relazione è davvero unica perché c'è tanto che non sanno l'uno dell'altra. Sono attratti per forza di cose, sono legati da quello che sta succedendo, tra di loro si instaura un'empatia particolare perché entrambi stanno attraversando qualcosa insieme». Gli ha fatto eco Martin Gero, che ha avuto l'idea di questo groviglio: «Il concetto di identità e ciò che ci rende quello che siamo è la cosa che ci preme raccontare nella prima stagione. Come il tuo passato ti plasma? E quando ti dimentichi del tuo passato, che tipo di persona sei? Nelle persone c'è una bontà innata o una cattiveria innata?». Dal generale al particolare. La domanda, il punto, è capire chi è la protagonista tatuata: «E buona o cattiva? Perché anche se era cattiva in passato, non è detto che sia cattiva ora che non sa più chi è. E lo stesso discorso vale all'opposto: magari era buona, ma ora no. Tutti i suoi ricordi sono stati cancellati, ma c'è un tratto della sua personalità che è rimasto intatto: quando sente qualcuno in difficoltà cammina in quella direzione». La serie si muove su due binari paralleli, da una parte lo spettatore scopre ogni volta un pezzetto in più del passato della protagonista, ma c'è anche l'indagine che procede parallela sui casi di omicidio, ogni disegno sulla sua pelle ha un significato, è un crimine da risolvere, è un pezzetto del rompicapo. «Abbiamo ideato una storia complicata e abbiamo il tempo lungo della serialità per raccontarla. Abbiamo molte carte nel nostro mazzo e possiamo lanciarle una alla volta. Ci sono grandi rivelazioni in ogni episodio durante tutta la stagione», ha promesso ancora Martin Gero. Intricata la trama, e nemmeno facile ricoprire di tatuaggi (ben duecento) il corpo di Jai-mie Alexander, che si è sottoposta a sedute di ore e alle cure di tre tatuatori per disegnare ogni volta la mappa sul suo corpo e coprire pure i tatuaggi veri con cui ha decorato il suo avambraccio destro: le lettere «B», «D», «C» e «M»: sono le iniziali dei suoi quattro fratelli. Qui il mistero lo ha risolto in un attimo Wikipedia". (Renato Franco, "Corriere della Sera")

"«I fantasmi tendono a non andarsene quando hanno affari in sospeso...». L'attacco, in voice over, di 'Deadbeat' (Joi, ogni sabato sera), commedia nera soprannaturale creata appositamente per il web oggi in transito sul piccolo schermo, ha la potenza d'un racconto gotico. Ma se poi ci si concentra su chi la pronuncia - l'eroe, tal Kevin Pacaloglu, detto Pac, medium in barbaccia e giacca amaranto, un cialtrone con problemi di sovrappeso e di bollette arretrate - il suddetto telefilm si riesce ad ingerire attraverso almeno tre chiavi di lettura: satirica, grottesca, di denuncia sociale. Contro la dipendenza da ciarlatani, contro la sperequata società americana, contro l'eccesso dei «film horror nei mesi estivi», spara il protagonista. Pac il medium extralarge non solo «vede la gente morta», ma ci parla, ci cazzeggia allegramente, cercando di risolvere - a pagamento, ovvio - gli «affari in sospeso» che non consentono alle anime belle di ascendere al soglio di San Pietro. Sicché ecco l'episodio in cui, attraverso la citazione di Scarabeo, il gioco da tavolo più in voga in Usa, Pac promette allo spettro di un ragazzo morto in guerra vergine di avere il suo sospirato rapporto sessuale con la fidanzata, ora novantenne («Oddio, era quella" guerra...»). Oppure ecco la puntata in cui l'entità già campione di gare di consumo di hot dog vorrebbe che l'uomo a cui hanno trapiantato il suo stomaco si sfondasse a colpi di panini e salsiccia; solo che il trapiantato è un ebreo ortodosso con seri problemi con la came di maiale. Oppure quella in cui il fantasma di un vecchio bibliotecario confessa d'aver appiccato un incendio alla sua libreria perché, in fondo, odiava i libri e voleva aprire un ristorante. Pac per la stampa americana è «il bambino del Sesto senso che crescendo è diventato il Drugo», cioè il Jeff Bridges del Grande Lebonski. A noi italiani ricorda molto un Mario Adinolfi intasato di marijuana che s'è sciroppato i film Ghost, The Gift e Mortacci di Sergio Citti. ll villain di Pac è Camomile White, una bionda finta medium. Vero che il tema dei fantasmi non è narrativamente nuovo; ma qui dentro, volendo, ci potete trovare un po' di tutto, da Scooby Doo a Frank Capra, dato che quando un fantasma ha avuto soddisfazione scompare, e la sua scia s'infila in un'abat jour...". (Francesco Specchia, "Libero")

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