13 novembre 2015

"iZombie" e "Stalker"

"L'invasione televisiva degli zombie, ormai, non è più una novità: basti pensare a «The Walking Dead», a «Dead Set», a «Les Revenants» e a tutte quelle storie di non morti, di varia provenienza americana o europea, che riempiono i palinsesti delle reti italiane. La tendenza si sta però rivelando particolarmente tenace, andando a toccare un nervo scoperto della società contemporanea e insieme a sublimare paure e ansie condivise in narrazioni e immagini avvincenti. Alla sfaccettata mitologia dei morti viventi ora si aggiunge anche «iZombie» (Premium Action, mercoledì, ore 21), risultato di un'articolata miscela che tiene insieme horror e poliziesco, sarcasmo e sentimenti. Olivia Moore (Rose McIver) è una brillante studentessa di medicina che, dopo una festa non proprio riuscita, si trasforma in uno zombie. Costretta ad adattarsi alla nuova situazione, cercando di non farsi scoprire e di non fare del male, si allontana dagli affetti e lavora in obitorio. Qui scopre che mangiare i cervelli dei defunti la porta ad assumerne i ricordi e le abilità particolari, e così decide di farsi passare per veggente e di collaborare con la polizia sui casi di omicidio ancora irrisolti. Scritto da Rob Thomas (già autore di «Veronica Mars») e Diane Ruggero-Wright, il telefilm adatta una serie a fumetti di Chris Roberson e Michael Allred: la sigla, la suddivisione in capitoli e le tavole disegnate all'inizio di ogni scena evidenziano il legame. Il racconto in prima persona dalla prospettiva di uno zombie poco più che adolescente che scende a patti con la sua nuova realtà, i legami familiari in pericolo e le nuove amicizie con il collega e con il poliziotto, l'importanza di accettare la diversità e di usarla per aiutare gli altri, più che nel mistero o nella detection, rendono però «iZombie» soprattutto un teen drama maturo, ironico e auto-riflessivo. Zombie o non zombie, diventare adulti è sempre piuttosto complicato". (Aldo Grasso, "Corriere della Sera")

"Com'è noto, lo stalking (dal termine inglese «to stalk», fare la posta, braccare la preda) è ogni tipo di condotta persecutoria verso una persona: riguarda violenze private, comportamenti invadenti con pretesa di controllo, calunnie, minacce alla vittima con telefonate, messaggi, ossessivi pedinamenti... E a questo nuovo tipo di reato è stata dedicata una serie firmata da di Kevin Williamson (lo showrunner di «Dawson's Creek», «The Vampire Diaries», «The Following»). I racconti di «Stalker» sono di una durezza impressionante (un persecutore terrorizza la sua vittima per raggiungere il piacere sessuale, un altro infila serpenti nel letto di una sua ex...), compensati da una buona scrittura e da una vocazione pedagogizzante: ogni caso viene spiegato con dovizia di particolari, ogni sindrome trova la sua decifrazione psicologica (Premium Crime, mercoledì, ore 21.10). Il tenente Beth Davis (Maggie Q) e il detective Jack Larsen (Dylan McDermott) indagano su vari casi di persecuzioni personali per la TAU (Threat Assessment Unit) del dipartimento di polizia di Los Angeles. Larsen, con un passato nella sezione omicidi del dipartimento di polizia di New York, si fa trasferire a Los Angeles per questioni personali e la cosa non piace ai suoi colleghi che lo trattano con molta freddezza. Anche il tenente Davis, una donna dal carattere forte, ha i suoi piccoli scheletri nell'armadio, giusto per alimentare un po' di ambiguità e alcune sottotrame circa i rapporti personali fra i detective. Mira Sorvino compare in più di un episodio. La struttura di ogni puntata è facilmente individuabile: si rappresenta una storia esemplare di stalking (stalker risentiti, stalker sadici, stalker psicopatici...) il cui svelamento è dovuto più alla comprensione dei meccanismi mentali dei criminali che ai tradizionali metodi di indagine. È desiderio degli autori trattare anche esperienze di stalking al femminile: meno violenza fisica ma maggiore violenza psicologica". (Aldo Grasso, "Corriere della Sera")

"Se 10 anni fa fossimo scesi in strada a chiedere ai passanti se avessero mai sentito parlare di stalking,  molti avrebbero pensato che si trattasse dell'ultimo acquisto dell'Inter. Oggi anche la mia anziana vicina di casa sa di cosa si tratta, merito di una campagna di sensibilizzazione ed informazione che in questi anni è stata presente su tutti i mezzi di comunicazione. Lo stalking è prima di tutto un reato e come tale va affrontato senza alcuna leggerezza, anche nelle diverse sedi mediatiche, in particolar modo in televisione, dove c'è il rischio che la violenza che sta dietro lo stalking venga dimenticata a vantaggio dell'intrattenimento. A compiere il difficile tentativo di portare sul piccolo schermo il tema della persecuzione è Kevin Williamson (autore della saga di Scream al cinema e in tv di Dawson's Creek, The Vampire Diaries, The Following), il quale firma per la CBS la nuova serie tv 'Stalker' (in onda su Premium Crime). Protagonisti il tenente Beth Davis (Maggie Q) e il detective Jack Larsen (Dylan McDermott), i quali indagano su vari casi di persecuzione personale per la Threat Assessment Unit del dipartimento di polizia di Los Angeles. Nonostante il tenente stesso sia vittima di stalking, le vicende personali dei due agenti rimangono una mera cornice, in cui di puntata in puntata si vanno ad inserire le differenti storie di persecuzione. Il problema della serie tv è che, raccontando in ogni episodio un caso diverso, non c'è modo di mostrare l'intensità e la costanza degli stalker. Non riesce dunque a portare sullo schermo il vero senso di costante angoscia e insicurezza che vive una persona vittima di stalking. Ciononostante, Stalker non minimizza o ridicolizza questo reato, cosa che invece è capitata anche di recente nella televisione italiana. Memorabili i casi di Pomeriggio Cinque e Domenica Live, in cui in più occasioni è stato dato spazio all'uomo denunciato, da più donne, per stalking, Anthony Manfredonia: invece di far raccontare alle vittime cosa era loro capitato, per fare tv spettacolo è stato deciso di far parlare uno stalker e di dargli la possibilità di mettere in ridicolo le donne da lui perseguitate. Un caso veramente emblematico della nostra televisione e delle logiche economiche e commerciali che la governano: lo scandalo e lo scoop vince su tutto, anche sulla correttezza dell'informazione. Tra le vittime di Manfredonia va ricordata Barbara De Rossi, che, a differenza di chi ha dato spazio nei salotti del piccolo schermo al suo persecutore,  è l'unica nello scenario televisivo italiano che con il suo Amore Criminale sta realmente realizzando un prodotto allo stesso tempo di intrattenimento e di informazione sullo stalking e sulla tematica delle relazioni violente e pericolose. Molto spesso in Italia associazioni di telespettatori si scagliano contro presunte scene di violenza in televisione, senza rendersi conto che la vera violenza sta proprio nel negare o minimizzare tutto ciò che le vittime hanno subito". (Jessica Camargo Molano, "Wired")

 

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