07 marzo 2016

Kaley Cuoco senza peli sulla lingua al talk "The Ellen Show" e sulla nuova copertina di "Cosmopolitan" Usa di Aprile

INDISCRETO - Kaley Cuoco di "The Big Bang Theory" (Joi): "dopo il divorzio un nuovo tatuaggio e tette nuove per la 200esima puntata di 'TBBT'!" (su Joi il 5 aprile). E dalla cover di "Cosmopolitan" si proclama una "f*ucking feminist"!
Kaley Cuoco, protagonista femminile indiscussa di "The Big Bang Theory", la sit-com più popolare dell'ultimo decennio, in onda su Joi ogni martedì con la 9° stagione inedita, è apparsa senza peli sulla lingua nei giorni scorsi al talk "The Ellen Show" presentato da Ellen DeGeneres, nonché sulla nuova copertina di "Cosmopolitan" Usa di Aprile. L'attrice 30enne, divorziata di recente da Ryan Sweeting, ha mostrato il nuovo tatuaggio sotto il collo che copre la data del matrimonio precedentemente incisa, a riprova che non si è trattata di una separazione propriamente pacifica, serena e senza traumi. "Ora sto meglio, riesco a mettere il piede fuori di casa, credo che il 2016 sarà senz'altro meglio del 2015",  ha chiosato Cuoco nel corso dello show, per poi ironizzare con una battuta degna della sit-com sull'età che avanza: "Ehi, dopo 200 puntate di 'TBBT' (n.d.r.: la 200esima in onda su Joi il 5 aprile) le mie tette sono migliorate...!". Sulle pagine di "Cosmo", invece, Kaley si è proclamata una "f*ucking feminist!", chiosando "Look at me! I bleed feminism!". Ok, buon 8 marzo, Cuoco!

PRESS CORNER
"Confesso: da tempo non mi capitava di vedere una serie così coinvolgente e trascinante. Per giunta, una di quelle storie che vanno dritte al cuore dei media, là dove si addensa tutto il peggio e tutto il meglio della nostra «società trasparente», là dove ogni aspetto della vita del singolo sembra felicemente e incoscientemente prigioniero di una tela di ragno, tessuta da qualche entità tecnologica. Parlo di «Mr. Robot» (Mediaset Premium Stories, giovedì, 2L10). Scritta da Sam Esmail e interpretata da Rami Malek (entrambi sono di origine egiziana), la serie, come ha scritto il New York Times, è un cyberthriller «intriso di nichilismo pessimista on line sul capitalismo e la diseguaglianza. È la prima serie che elegge un hacker a protagonista, solitamente relegato sullo sfondo, facendolo diventare una versione 2.0 del Travis Bickle di Taxi Driver». Elliot Alderson è un esperto di sicurezza informatica e lavora per una ditta di cyber-security. Viene descritto come un sociopatico, paranoico e dedito alla morfina, convinto che i social media siano un «surrogato dell'intimità». Si vive come una specie di giustiziere della notte (uno dei tanti), pronto a smascherare trafficanti di pedopornografia così come ipocriti fidanzati di amiche e colleghe. L'unico modo che Elliot ha di interagire con gli altri è l' hackeraggio, entrare nei loro computer per cavarne le vite segrete. Un giorno Elliot viene avvicinato dal misterioso, enigmatico e anarchico Mr. Robot, che cerca di arruolarlo in attività clandestine contro il capitalismo... Al tema di grande interesse (ogni giorno la cronaca ci offre un dramma legato alla vorace attualità tecnologica) si accompagna una scrittura di rara efficacia. Rami Malek è bravissimo a interpretare un personaggio alla disperata ricerca di normalità la cui mente è popolata da fantasmi (da Steve Jobs a Lance Armstrong), da manie (il pesciolino rosso si chiama Qwerty), da riscatti sociali". (Aldo Grasso, "Corriere della Sera")

"Lui si, è perfetto. Ovvero il giovane Rami Malek, bulbi oculari inquietanti e fissità ricercata nel rendere l'hacker tossico e depresso, vendicatore di torti ma soprattutto giovane che vuole salvare il mondo come da proposta dell'impalpabile Mr. Robot, Christian Slater, adulto consapevole. E il sospirato arrivo anche in Italia di 'Mr. Robot', appunto, la serie del futuro annegato nel presente, stringhe di ricerca e numeri da impazzire sullo schermo ipnotico del computer: ma soprattutto, anche il vecchio plot di formazione adattato alla gioia dei nerd. Tutti hanno vite vissute pericolosamente, il capitalismo cyber-qualcosa impazza spietato. Meglio il lato umano e le debolezze ostentate. Viene il dubbio che la valanga di premi e il consenso nascano ( anche) dal timore di apparire fuori tempo mentre in silenzio ci si chiede "Esattamente cos'è questa cosa?. Ma è sicuramente un'ipotesi fuori luogo. Su Premium Stories il giovedì sera". (Antonio Dipollina, "La Repubblica")

"Coperta di gloria e di premi, tra cui due Golden Globe, miglior serie drammatica e miglior attore non protagonista (Christian Slater), è arrivata su Premium Stories 'Mr Robot'. Gran bella serie davvero. Inquietante, avvincente, originale, finalmente non scontata con le consuete dinamiche poliziotto-medico-avvocato. Eppure Mediaset, avendo tra le mani uno dei migliori prodotti della stagione, ha scelto di non trasmetterlo su una rete generalista. Forse per non spaventare gli spettatori degli ansiogeni tg del gruppo, abituati però ad altri spaventi, delinquenti, migranti, alluvioni e siccità. Qui la paura è diversa, qui si usano tante parole tecniche, ma il senso eccome se si capisce: siamo nelle mani dell'un per cento dell'un per cento dei più ricchi del mondo che giocano a fare Dio. C'è una mano invisibile che ci controlla ogni giorno senza che ce ne rendiamo conto. C'è una cospirazione colossale. E c'è il progetto per una rivoluzione, «la più grande che il mondo abbia mai visto», per la redistribuzione della ricchezza. Temi importanti, che passano per la testa a tanti, ridicolizzati spesso dall'idea di una bondiana Spectre, invece presi molto sul serio da Mr. Robot. Il protagonista è Eliot, Rami Malek, attore bravissimo, occhi basedowiani e felpa nera, cappuccio sulla faccia, ingegnere di giorno, hacker di notte, una sorte di vendicatore in formatico, un tipo tormentato che si fa di morfina. È fiction, certo, ma una sua inquietudine la lascia". (Alessandra Comazzi, "La Stampa")

"C'è questa tendenza, sempre più travolgente, di raccontare la realtà anziché accontentarsi del realismo. Che è una gran cosa, intendiamoci. Ma che spesso, purtroppo, finisce per appesantire il racconto e trascinare lo spettatore - stiamo parlando di serie tv, adesso - in un turbinio senza fine, in cui certe inquadrature passano per banalissimi esercizi di stile (e non lo sono) e gli attori si limitano a essere qualcun altro (pare poco, ma non lo è) senza aggiungere niente. Bosch non è così. 'Bosch' attinge ai romanzi di Michael Connelly (precisamente tre, ovvero: La bionda di cemento, La città delle ossa e Il cerchio del lupo) e fa della solidità narrativa il proprio punto di forza (altro dato interessante a tal proposito è la crescente ispirazione che cinema e televisione stanno prendendo dai romanzi, ultimo, forse ultimissimo bacino di idee nuove e di più o meno sicuro successo). Il protagonista, interpretato da un abbronzatissimo Titus Welliver, è un detective vecchio stile. Si indaga, si cerca e si spara solo se si deve. Altrimenti - e questo è quello che succede a Bosch nei primi minuti del primo episodio - finisce che uccidi, vieni processato e il dipartimento di Polizia ti volta le spalle, lasciandoti da solo contro tutto e tutti. Da cane -pastore a carne da macello. Prodotta da Amazon (e interessante anche per questo), questa serie tv riesce a incasellare ogni passaggio, a costruire ogni battuta e dialogo, e a catturare lo spettatore con il trucco più semplice: quello di una costruzione incentrata sulle indagini. Va in onda su Premium Crime, ore 21.15, ogni mercoledì. La prima stagione è composta da dieci episodi , ognuno di cinquanta minuti, e la seconda, confermata l'anno scorso, è già in produzione. Non c'è un caso per puntata. C'è una storia orizzontale, totalizzante, che riempie ogni spazio e ogni momento. E poi c'è Bosch, vittima e carnefice, picchiatore e amante delle belle donne, uno affascinante, che ci sa fare, la voce ruvida e quello sguardo che si acuisce ogni tanto. Il brutto muso di Welliver e un fisico massiccio. Connelly non si è limitato a dare l'idea e a scrivere il soggetto, ma è anche produttore. E questo va benissimo: perché dà costanza e continu ità alla serie e perché finalmente riusciamo ad avere l'impressione di ritrovare lo stesso personaggio che abbiamo conosciuto leggendo, di essere nella stessa città e di percorrere le stesse strade. Il caso è, come spesso succede, uno brutto, mostruoso: la scomparsa e poi il ritrovamento ad anni di distanza di un bambino". (Gianmaria Tammaro, "La Stampa")

"«Muestrame tu manos!», grida il detective al sospettato, tal Roberto Flores accusato di massacrare serialmente prostitute ispaniche. Tuona nella none tombale, sotto la pioggia acida di LA.; e Flores, le mani, le agita troppo, e il detective equivoca, e lo fa secco. Seguono entrata da parte dello sparatore nel tunnel del rimorso e in quello -più disperante- di un processo per omicidio colposo davanti alla Corte Federale. E segue una trama fana di dolore e macabri assassinii. C'è qualcosa del più limpido hard boiled chandleriano, oltre a qualche sbuffo di Ellroy (il passato da orfano di madre squillo uccisa in circostanze misteriose, come in Dalia nera) nelle vicende di Bosch -Mediaset Premium Crime, mercoledì, prime time- il telefilm che il bestsellerista noir Micheal Connelly ha curato come come sceneggiatore e produttore: un coniglio dal cilindro di Ama-zon. Hieronymus «Harry» Bosch, è un antieroe ispido e tormentato, dai modi spicci. Una versione meno eroica di John Wayne quando faceva i film del tenente Parker. Ex combattente delle forze speciali nella guerra del Golfo, Bosch non ha idea di quanti uomini abbia ucciso in guerra ma comunque solo cinque da quando fa lo sbirro (ognuno ha le sue abitudini...); festeggia, seppur con mestizia, nei pub i « ICilI Par-ty», le azioni di polizia dove ci scappa il morto; odia gli sciacalli, cioè i colleghi degli «Affari interni» i quali, in virtà del suo ribellismo, tentano di cancellarlo dall'albo; al distretto è amato e detestato in egual misura dai poliziotti, compreso il solito capitano nero che è una costante di quota afroamericana che esiste nella fiction sin dai tempi di Starsky e Hutch. In più Bosch parla a dittonghi che sono fucilate (molto coinvolgente la parte processuale in cui è interrogato da un'awocatessa che si trattiene dal prendere a sberle). In più staccherebbe volentieri la testa ai giornalisti che si intrufolano sulla scena del crimine mentre lui, seppur sotto processo, dà la caccia ad un altro serial killer che tende a seppellire i ragazzini dopo avergli spezzato le ossa. «Molti pagherebbero per stare in panchina...», gli dice una collega che lo vede un po' stanchino. Ma Bosch, incasinato come i quadri del pittore da cui prende il nome, reagisce sorridendo come il vecchio Wayne. Gli elementi narrativi sono seminati. Tocca aspettarne i frutti...".
(Francesco Specchia, "Libero")

"Ha ragione il New York Times: "Occupy Wall Street, il movimento di protesta esploso nel 2011, non ha fatto molto per tenere a freno la finanza. Eppure, non è morto. S'è trasferito a Hollywood". Il pericolo pubblico numero uno è 'Mr. Robot', serie tv in dieci episodi targata Usa Network e trasmessa da Premium Stories. Se ne parla da mesi - la seconda stagione è già in cantiere - e con toni superlativi: gli aggregatori di recensioni Rotten Tomatoes (96% di giudizi favorevoli) e Meta-critic (79/100) testimoniano il consenso di critica, in testa Variety, che evoca Brazil di Terry Gilliam, e The Hollywood Reporter, che rimanda a Fight Club e celebra nel protagonista Elliot Anderson "il sogno erotico di ogni super nerd". Se negli Usa il claim scelto per il lancio, "La nostra democrazia è stata hackerata", ha preannunciato la minaccia Trump, i premi ne hanno distinto il valore intrinseco: due Golden Globes, tre Critic Choice Television Awards e altri ancora. Sebbene Elliot confessi candidamente: "Non so come parlare alle persone", Mr. Robot si fa capire benissimo: technofobia e anarchia, Occupy e Anonymous, Edward Snowden e Julian Assange, tendenze e suggestioni confluiscono in un sottogenere di alterne fortune, il thriller sulle cospirazioni digitali. [...] Aggiungeteci la volontà di scrollarsi di dosso frustraz ione e impotenza per incidere sulla realtà - "Il mondo è un posto pericoloso, Elliott, non per quelli che fanno il male, ma per quanti vedono e non fanno nulla" - ed ecco spiegato il successo: 'Mr. Robot' è tutto quello, e qualcosa di più, che 'The Following' non è riuscito a essere, pane per i denti degli hacktivisti, panacea per l'indifferenza dei Millennial. Il merito principale è di Elliot, interpretato con fissità facciale e stupefacente resa da Rami Malek, americano di origini egiziane e qualche somiglianza con Fedez. Non ha l'onore del titolo, che non si riferisce a un fantomatico androide bensì al suo "fratello hacker maggiore" Christian Slater, eppure la felpa con cappuccio nera, gli occhioni spalancati sulle ingiustizie in codice binario e l'eterodossia comportamentale ne fanno un eroe come non vedevamo da tempo sugli schermi seriali: qualcuno ha tirato in ballo il Travis Bickle (Robert De Niro) di Taxi Driver, il capolavoro scorsesiano di 40 anni fa, e l'analogia non è solo ambientale, ovvero newyorchese. Elliot è un altro che si chiede allo specchio "You talkin' to me?', che si spara monologhi di paranoia dura e sfiducia cosmica, che non salva nessuno, tantomeno se stesso: sociopatico e morfinomane, lavora da esperto di sicurezza informatica, ma la seconda vita è da hacker giustiziere. Smaschera pedofili, indaga nelle caselle di posta e i social network dei fidanzati delle amiche - Angela (Portia Doubleday) - e della sua psicoterapeuta (Glorie Reuben), ma il fine ultimo - e come non pensare ai cyber-attacchi alla Sony? - è colpire "l'1% dell'1% della società che gioca a fare Dio senza permesso". Leggi alla voce multinazionali, quali la E Corp - da lui ribattezzata Evil Corp - cui Elliot presta i propri servizi: pungolato da Mr. Robot, leader del gruppo hacker F *** (Fuck, ndr) Society, cercherà di volgerle contro gli stessi strumenti, informatici e informativi, che la società impiega per soggiogare il mondo. Che sia insurrezionali-smo anarchico o anticapitalismo 3.0, il dado è tratto, il nemico - in particolare, Tyrell (Martin Wallstrom), dirigente della E Corp - dichiarato, ora si può scegliere solo da che parte stare: almeno Elliot, perché lo spettatore al contrario trova sparute certezze nella narrazione, poche spie direzionali nel racconto. E allora si va, incappucciati e zaino in spalla, nella notte newyorchese, consapevoli che il nemico ci ascolta, ma forse non può tutto. "La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo": lo diceva Travis Bickle, e vale anche per Elliot Alderson. Ma il nostro antieroe ha un Mr. Robot in più, e soprattutto ha mollato il taxi per una tastiera anti-Sistema". (Federico Pontiggia, "Il Fatto Quotidiano")

"Un giustiziere incappucciato, un moralizzatore sui generis, un Savonarola informatico. È un po' questa l'idea che Elliot Alderson trasmette comparendo all'inizio di 'Mr. Robot', la pluripremiata serie tv americana arrivata in Italia su Premium Stories, ogni giovedì in prima serata con due episodi. Ma prima ancora di apparire con l'immancabile felpa con cappuccio, Elliot si presenta con la voce fuori campo sui titoli di testa, facendo intuire il suo disturbo di personalità e annunciando che quello che sta per dirci è «top secret perché è in atto una cospirazione gigantesca: c'è un gruppo di persone potenti che governa il mondo, che gioca a fare Dio '. Ideata dall'egiziano Sam Esmail, la serie racconta appunto di un giovane sociopatico esperto di sicurezza informatica (interpretato da Rami Malek) che nasconde una doppia vita da solitario hacker, con l'ossecsione di conoscere i segreti delle persone, pronto a smascherare trafficanti di pedopomografia così come mariti infedeli. Depresso e affetto da dipendenza da morfina, Elliot non riesce a relazionarsi con la gente che lo circonda e spesso tenta di rifugiarsi in un mondo parallelo con il risultato di apparire paranoico. Un giorno, quando viene avvicinato da un misterioso anarchico insurrezionalista soprannominato "Mr. Robot" (Christian Slater), che intende introdurlo in un gruppo di cosiddetti hacktivisti, Elliot scopre che esiste chi come lui vuole liberare il mondo dai debiti con le banche o smascherare i corrotti delle grandi aziende. II principale obiettivo del gruppo sembra essere quello di demolire digitalmente e finanziariamente la più potente e famigerata multinazionale al mondo. La serie cavalca dunque l'attualità della tecnologia, dello spionaggio digitale, della giustizia al limite dell'anarchia e della cyber-security, ma anche il fenomeno dei social network con tutte le potenzialità e le contraddizioni del caso. Mr. Robot ha montaggio, inquadrature e ritmi giusti, suspense e persona azzeccati. Non importa se sfugge il linguaggio dell'informatica: la forza della storia va ben oltre il potere della tecnologia. C'è semmai una visione totalmente pessimista della realtà. Vorremmo sperare che sia sbagliata, ma non è detto. In America 'Mr. Robot' ha registrato un successo clamoroso. Qui da noi è tutto da verificare andando in onda sulla tv a pagamento di Mediaset". (Andrea Fagioli, "Avvenire")

"Quanto siamo liberi? Quanto le nostre scelte sono condizionate da poteri che nemmeno percepiamo? E, soprattutto, possiamo dawero ribellarci? Sono queste le domande archetipe che, riducendo la trama all'essenziale, formano l'ossatura quasi shakespeariana della serie 'Mr. Robot' in onda in prima serata su Mediaset Premium Stories (tutti i giovedì). Il protagonista Elliot Alderson (interpretato da Rami Malek) è in fondo un Amleto post moderno, è un principe degli hacker, la sua spada affilatissima è un computer portatile. Il suo regno, marcio sino al midollo, è la tecnologia di Internet che avrebbe dovuto portare ad una grande rivoluzione libertaria e non l'ha fatto. I suoi dubbi esistenziali sono, in forma più moderna (ce li racconta sulla poltrona della sua analista), gli stessi che travagliavano l'antico principe: «Tediosi, vieti, insipidi e non profittevoli sembrano a me tutti gli usi di questo mondo! Come l'ho a schifo! 0 schifo! è un giardino non sarchiato che va in seme; piantacce andate in rigoglio e grossolane lo posseggono tutto». Ovviamente questo nucleo antico -è sempre difficile trovarsi un'identità, scegliere se essere o non essere - il produttore della serie Sam Esmail lo ha mischiato alla cronaca dei nostri giorni che ci ha dimostrato che gli inganni non sono più rinchiusi a corte e le guerre di potere ormai passano dalla Rete: il caso Snowden, gli hackeraggi ai danni della Sony, le imprese di Anonymus... Il risultato - a parte due Golden Globe, tre Critics Choice Awards e qualche altro premio - è una serie magari un po' troppo complottista, ma di fortissimo impatto. Il nevrotico Elliot (non si ricorda un'interpretazione simile del disagio psichiatrico dai tempi di Norman Bates-Anthony Perkins in Psyco) di giorno lavora come ingegnere elettronico che si occupa della sicurezza di grandi società, di notte usa le conoscenze informatiche per combattere i cattivi. Di questi ha una sua personalissima e stranissima lista, fa sbattere in galera un pedofilo esattamente come libera la sua psicanalista da uno spasimante sposato che si finge single per tradire la moglie. Nel frattempo è decisamente infelice e continua a parlare con le voci che sente nella propria testa come se arrivassero dallo spettatore, oppure a farsi di una ben dosata soluzione di morfina. Poi però, come ad ogni Amleto che si rispetti gli compare un "fantasma". In questo caso è un misterioso hacker che si fa chiamare Mr. Robot (Christian Slater). Mr. Robot e i suoi seguaci sono la F. Society. Il loro piano è distruggere gli archivi della Evil Corporation e così azzerare l'80 per cento dei debiti del mondo. Mr. Robot esiste davvero o sta soltanto nella testa di Elliot? E dawero il suo piano porterà giustizia e libertà o solo confusione? Al telespettatore scoprirlo. Del resto non è la domanda più interessante della serie. La domanda più interessante è, ha ragione Mr Robot: hanno hackerato la democrazia? Ognuno dia amleticamente la propria risposta". (Matteo Sacchi, "Il Giornale")

"Come scriveva su queste pagine Giulia D'Agnolo Vallan a proposito di 'Mr.Robot' (Premium Stories): 'il protagonista Alderson è il Jack Bauer dell'era di Occupy Wall Street. Un paladino della lotta contro l'oligarchia finanziaria, la diseguaglianza economica, i tycoon del fast food che fanno soldi con la pornografia e detestabili yuppie che tradiscono la moglie e maltrattano cagnolini indifesi»". ("Il Manifesto")

"Rami Malek di 'Mr. Robot' (Premium Stories) ha gli occhi sbilenchi e lo sguardo pallato fisso nel vuoto. Si muove appena, guardando di sottecchi le telecamere. Ha un fare interrogativo, a tratti inquietante. Ogni fibra nel suo corpo minuto pare chiedersi perché diavolo sia finito in televisione. Avrebbe potuto fare altro, Rami Malek. Seguire le orme paterne e trascinarsi pigramente fino al Cairo, dove ad aspettarlo, all'ombra delle Piramidi, avrebbe potuto esserci la bandierina di tour operator. Avrebbe potuto fare altro Rami Malek, che alle Belle Arti studiate a scuola ha, invece, preferito la carriera d'attore. Protagonista sociopatico di quella «Mr. Robot» che gli è valsa un Critcs' Choice Award e, insieme, il plauso di un mondo che pareva deciso a ignorarlo. Rami Malek, rivelazione della passata stagione televisiva, è il ragazzo che Sam Esmail, sceneggiatore tra i più acclamati del momento, ha scelto come proprio pupillo. Leggenda vuole, però, che il merito non sia da attribuire alla buona lena dell'egiziano, ma all'Emmy Rossum di 'Shameless'. L'attrice, al tempo fidanzata di Esmail, avrebbe suggerito alla propria metà di dare una chance a quel ragazzo strano, il cui aspetto atipico gli avrebbe consentito di rendere Elliot Alderson il caso mediatico che poi si è rivelato essere. Il personaggio, protagonista della serie tv più applaudita dell'anno passato, è tanto credibile da avere parvenze di realtà". (Claudia Casiraghi, "Libero")

"'Mr Robot' (Premium Stories) è una delle poche serie tv con 'quel qualcosa in più' degli ultimi anni". ("Telefilm Cult")

PILLOLE
La 5° stagione inedita di "2 Broke Girls" sarà in anteprima assoluta su Joi dal 25 marzo, ogni venerdì in prima serata.

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